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LA BIENNALE

LA BIENNALE

VISTA DA LOSVIZZERO Venice_Italy_04/06/2011

REPORT della 54. Esposizione Internazionale d'Arte di Venezia vista con gli occhi di Franco Losvizzero

54. Esposizione Internazionale d'Arte

Franco Losvizzero

BR © PHOTO PAULINE MAGDELEINAT

 

Torno a Roma sconvolto, esausto, ma talmente carico di informazioni che a tenerle tutte per me mi sembrano sprecate. Sei giorni intensi come uno stage di sopravvivenza, come una scalata di un monte…sulla vetta: comunicare e farsi comunicare. Il mondo dell'arte è qui, le star di questo mondo le incontri tra i vicoli, non li conosci ma è come se fossero i tuoi vicini di casa, c'è voglia di presentarsi, di rimanere in contatto e forse di sentirsi meno isolati del solito, ognuno perso nel suo studio nell'angolo più appartato (il suo) di questo globo.

Feste, feste e feste sino alle 4-5 del mattino per poi ritrovarsi a dormire da un amico, o a casa di uno appena conosciuto, vagare alle 6 del mattino a piazza S.Marco in cerca di un piccione viaggiatore che mi riporti verso la via di casa, ma niente più piccioni! Se li è presi tutti Cattelan per imbalzamarli e farci cagare in testa dall'alto del Padiglione centrale, che qualcuno non sà che si chiama Padiglione Italia; ma di Italia non c'è quasi niente perché il nostro è all'Arsenale ed è curato da Sgarbi e si chiama Padiglione italiano, ovvero "L'arte non è cosa nostra", ma di questo è meglio non parlarle per ora…Ora introduciamo la Biennale.

Si cerca come un cane da tartufo qualcosa che ci tocchi l'anima, qualcosa che ci ispiri…e così giù a camminare, cercare, scovare. Di mondezza ce n'è tanta, ma come tutti gli anni! Ma per fortuna poi a cercar bene qualcosa mi colpisce sul serio; e di quello che mi tocca voglio parlare, la mondezza ve la risparmio. All'Arsenale è una statua enorme e molto ben fatta che sembra marmo a colpirmi ma è di cera e si consuma.. è stata da poco accesa perché oggi è l'inaugurazione e così mostrarla ancora intera è un lusso che a nessuno ricapiterà visitando la Biennale prossimamente. E' la statua/scultura, già usata da Jeff Koons, che si consuma nell'arco di una mostra e lascia solo tracce di sé, per divenire fumo. Questa è l'arte esposta al New Museum di New York e che in versione più classicheggiante si ritrova qui in Biennale. E penso all'arte che si consuma, alla cultura classica che svanisce e forse alla scadenza di noi tutti, più effimero dell'effimero la passione dell'intreccio di braccia e la bellezza stessa delle forme, si trasforma in un gocciolamento turgido ed in fumo…Non "Fumo Blu" ma la canzone di Mina mi torna in mente e così canticchio riflettendo sulla candela che siamo. Gli argomenti son sempre gli stessi quando incontri qualcuno: -Che ne pensi del padiglione italiano? -Che festa c'è stasera? Dove dormi? Quando sei arrivato? Quando riparti? …e magari non sai nemmeno con chi stai parlando…Perché, sì, di vista siete amici (magari su Facebook) ma il tuo nome qual'è? ..e la crisi vera è quando segni il numero sul telefonino…Che devi scrivere frasi in codice per ricordarti e non fargli leggere nulla schivando i suoi sguardi sul visore… Vabbè … Normale amministrazione…Ma la domanda su cui non si deve sbagliare quando incontri collezionisti, o critici, artisti o curatori è: -Qual' è l'opera che più ti è piaciuta?- Oppure qual'è il padiglione ai giardini che non si può perdere….e lì fai capire e soprattutto capisci chi ha qualche carta di buon gusto da giocare in questo spropositato gioco del poker che l'arte contemporanea, tra bluff e scale reali ai cui piatti nessuno viene, siamo chiamati a giocare.L'opera che non ho dubbi a eleggere come più bella è quella del padiglione cinese: nuvole di vetroresina un po' manga che adornano un tappeto di sassolini bianchi da cui, ad intermittenza, esce un vapore acqueo/fumo bianco che ricopre tutto e tutti partendo dal terreno e in un attimo ti ritrovi a galleggiare su di una nuvola. Bel lavoro! E' di Cai Zhisong anche se di nomi non ne troverete troppi in quest'articolo (..e di questo mi scuso con gli artisti interessati). Si trova alle spalle del padiglione italiano, in quello spiazzo/giardino che chiude il percorso dell'Arsenale.

Sempre in quel giardino tra la radura in un boschetto, in chi mi imbatto? Un gruppo di hippy che intorno a un forno in muratura e davanti una montagna di legna hanno messo su una piccola comune. Che fanno? Qual è il lavoro? Roba anni 70…Non capisco…Ma il concerto di musica elettronica mi incuriosisce…e mi siedo su una delle coperte spalmate tutt'attorno. Si respira aria sessantottina …. Ed è piacevole entrare in una festina in un bosco. Ma continuo a non capire! Sento crescere, però, il desiderio di farne parte, di condividere… Sono loro ad offrirmi il primo bicchiere di vino. Lascio che le cose succedano e tolgo il freno a mano dell'analisi clinica che ormai è la mia unica guida in questo marasma. -Cosa è l'opera? -Quale il concetto che c'è dietro? -Quale la poetica dell'artista? Nel forno sciolgono il vetro, si scrivono frasi sul corpo con pennarelli, improvvisano scenette di avanspettacolo, e fanno un concerto con strumenti e tutto…e non suonano male. Decido di unirmi a loro e saltando a piè pari le mie timidezze comincio a presentarmi, a brindare….e in un paio d'ore sono con loro. Si chiamano DELETE e vivono in Austria, vengono da tutto il mondo e hanno tutte le età. C'è anche un signore in salopette che avrà 70 anni … La biennale ha chiuso alle 7 e alle 8 siamo ancora dentro…Hanno un pozzo scavato nella terra con ghiaccio…e beviamo. Mi invitano alla festa austriaca in Giudecca…Perché no! Sono vestiti strani, molto strani: uno di loro indossa pantaloncini rossi senza mutande e sandali con calzino da tedesco e porta in testa un cappello da cuoco, si chiama Tricchy. Un'altra va in giro con un kimono orientale giallo ed è molto carina. Alla festa quasi non li fanno entrare…non ci fanno entrare…ma siamo l'animazione, e così mi ritrovo a ballare una rotonda sul mare con Kimono Giallo e a mangiare cose buonissime in un salone da favola.

Gli altri opening/appuntamenti/incontri li lascio andare e mi lascio trasportare.. La libertà di essere…Ecco!.. forse il loro lavoro... Ecco quello che mi mancava. Liberarmi delle chiacchiere inutili e essere libero come l'arte, così ritrovo me stesso, mi ritrovo con Franco Losvizzero. All'inaugurazione, il giorno dopo, sempre alla comune li ritrovo realmente eversivi, scioccanti per un pubblico come quello della Biennale. Finalmente! C'è uno, mi pare si chiami Arti, nudo che prova a spaccare la legna, una ragazza che, tutta in tiro, ben vestita e ben pensante che prova a parlarci, o meglio ad entrare nel party-show e di tanto in tanto gli scappa lo sguardo sul pisello di lui, e una risatina di imbarazzo gli tradisce l'aplomb. Uno vestito da Elvis improvvisa un concerto solo voce e due ragazzi travestiti da marziani, ma in realtá sono tute anti calore, si mettono a fondere il vetro e a farlo colare come miele fuori dal forno. Ha un non so che di alchemico e mi piace….L'atmosfera si riscalda e il pubblico partecipa, balla, condivide il rito. Tutto ciò mi dà grande energia e la sonata di Nina con una specie di mini-cornamusa mi commuove.

La libertà, totale, esteriore ed interiore, questa è l'opera.. credo! .. e questo è quello che mi porto via. Saprò due giorni dopo da un ragazzo del servizio d'ordine dell'arsenale che sono stati cacciati via…Qualcuno aveva chiamato le guardie e pare "atti osceni in luogo pubblico" la motivazione. A una biennale d'arte gli atti osceni? Riporto delle foto .. La musica e l'atmosfera immaginatevela.

Sono pazzi questi Austriaci!

Vado a vedere il padiglione Cubano che per la prima volta è presente ad una Biennale e lì trovo l'opera "La guerra non è un gioco!"

Due mani enormi giocano con soldatini grandezza umana. Il tutto sospeso sull'acqua. Che dire…Bella! Al padiglione cubano espone un amico che tra video e pittura travolge nel suo pop-surrealismo.

Lui è Desiderio con cui ho esposto a Roma al Macro e a Berlino. Sono in buona compagnia con J.Levine, Luigi Vernieri, Daniela Ubaldi e altri compagni d'avventura. Ma la festa non dura e così ci ributtiamo nella folla dei vicoli di Venezia.

Cerchiamo un Kebab e Levine non ne vuol sapere o mangia o si muore e alla fine si mangia! Gary Baseman ci trova seduti a terra col nostro Kebab gocciolante, si presenta a tutti e ci propone un party ma siamo distrutti. C'è Venice in Venice che inaugura (la vedrò due giorni dopo), una mostra in uno splendido palazzo, ma che non contiene granché. La mostra è debole a parte 2 o 3 pezzi. Opere della Venezia americana dagli anni 80 ad oggi e onestamente se ne poteva fare a meno.

Il padiglione Coreano ai Giardini non è male e i tre gruppi di opere sembrano di diversi artisti…ma no, è sempre lo stesso.

Uno specchio retro proiettato mostra immagini e icone sacre di tutte le religioni. La stanchezza della notte trascorsa attanaglia le gambe non solo mie. Il prato diventa dormitorio e il peso della cultura si sente tutto dopo il quinto padiglione ai Giardini.


BR © PHOTO PAULINE MAGDELEINAT

Arriva la notizia del padiglione vincitore: -vince il padiglione Tedesco. L'artista mette in scena una chiesa e il funerale del gruppo Fluxus. Il silenzio e il rispetto che si respira non ha paragoni con gli altri padiglioni. Mi siedo tra gli inginocchiatoi e contemplo un altare con sopra un coniglio impagliato che mi colpisce. In una vetrina una mini istallazione di santi davanti una TV. Fantastica.

E' la volta del padiglione Francese con Boltanski. Un nastro passa di stanza in stanza con foto di bambini che scorrono su di una mega rotatoria…Sembra uno di quei congegni dei giornali. Una stanza con uno schermo mostra con l'ausilio di un pulsante le possibili combinazioni di una faccia divisa in tre strisce orizzontali. Il pubblico decide quando fermare la slot-machine genetica. Rigore nella costruzione ma il concetto è un po' vecchio. Preferisco le due sedie abbandonate fuori; anonime. Mi ci siedo e la sedia mi parla. Mi dice: <<Questa è l'ultima volta!>>. Mi fa riflettere, sulla compostezza non urlata di una sedia comoda-parlante in un fiume di camminate senza posa…Che mi riposa.

Gli americani, si sa, le cose o le fanno in grande o non le fanno! Davanti al padiglione un vero carro armato comincia a muoversi, con i cingoli; fa un gran fracasso ma non si muove perché è a testa in giù. Su uno dei cingoli un uomo corre su un tapis roulant e la velocità aumenta sino a raggiungere la giusta misura per una corsetta salutare. Non male.

Entro nel padiglione Americano e non trovo granché se non un organo gigante che va a carta di credito per una sonata. La chiesa, il sacro e il bancomat…Bella realizzazione ma i concetti suonano come un festival di Sanremo degli anni 90.

Il padiglione Centrale (pad .Italia) non regge i piccioni di Cattelan o forse siamo noi che non lo reggiamo più. Però ci facciamo guardare dall'alto e infatti al padiglione di Sgarbi Cattelan, nonostante è stato invitato, non c'è. Gli ha lasciato una lettera/intervista, che il furbo Sgarbi, ha prontamente affisso: Cattelan si ritira dal mondo dell'arte perché ha paura di non avere più nulla da dire…e non vuole ripetersi come fanno tutti. Devo dire un bel modo di negarsi, facendo lo stesso parlare di sé.

A mio modesto parere il più interessante degli artisti di questo padiglione è Karl Holmqvist che se pur con un pizzico di sale di Matthew Barney riesce a creare una stanza di un rigore formale e di un esattezza di contenuti perfetta nei suoi equilibri. Per me lui ha vinto!…insieme alle nuvole cinesi!

Questa è la mia Biennale… vista da me. Feste al Bauer, nottate di stravizi a parte è un viaggio che lascia delle cose…. Tante calorie per strada data la marcia infinita a cui si è sottoposti. Ma la Biennale è, forse, soprattutto "Gli Eventi Collaterali" ed è lì che la gamba trema. Tra i tanti segnalo quelli che ho visto…Anzi quelli che mi sono piaciuti!


BR © PHOTO PAULINE MAGDELEINAT

Schnabel su tutti!.. è da vedere. Al Museo Correr a Piazza S.Marco. Tele sino a 6 metri per 6. E poi in una mi cita! (Bezz è la mia firma su Youtube e Myspace e le iniziali del mio vero cognome: Bezziccheri)


BR © PHOTO PAULINE MAGDELEINAT

La fondazione Prada è stupenda! Sia lo spazio che i lavori presenti. Un museo dedicato ad una collezione prestigiosa messa insieme da Miuccia Prada e Patrizio Bertelli. La vera concorrenza è la fondazione Pinault che ha due spazi favolosi: uno a punta della Dogana e poi Palazzo Grassi che è davvero uno spazio da non perdere. Mannaggia sti francesi!


BR © PHOTO PAULINE MAGDELEINAT

A Campo Santo Stefano c'è Glass Stress, la mostra sul vetro interpretato dai più grandi artisti. Nella foto una decostruzione di Marya Kazoun, la mia preferita. Nel giardino c'è una casa larga 2 metri e lunga 20. Tutto a misura ridotta, tutto è allungato; divertente.


BR © PHOTO PAULINE MAGDELEINAT

Io davanti all'opera coofirmata con Luca Maria Patella e un opera meccanica ai giardini che avrei voluto aver fatto io! Le due facce si muovono con espressioni facciali robotizzate. Impressionante!Insomma a parte il padiglione italiano di Sgarbi (..dove tra l'altro ho esposto) ci sono cose interessanti, alcune divertenti che ti fanno sentire come in un parco giochi, altre che ti fanno riflettere. Altre che ti stancano; come i video, che se non lo hanno ancora capito, non possono avere un racconto, se pur visivo, che duri più di 5 minuti. Non c'è il tempo per fermarsi, non c'è lo spazio e non solo in Biennale di Venezia; tutto scorre troppo in fretta per fermarci ad ascoltare…Fosse anche uno che ti offre un bicchiere di vino, con le palle di fuori, in una festa hippy del cazzo.
Forse, però ne vale la pena!


BR © PHOTO PAULINE MAGDELEINAT

"Questo è il lavoro di Anish Kapoor; un gigantesco vortice di fumo che sale fino al soffitto: CAPOLAVORO !!!! " usando le parole della fotografa Pauline Magdeleinat che ha scattato molte delle foto presenti.Insomma per quanto riguarda il Padiglione Italiano di Sgarbi, su tutti vale la recensione di un giornalista tedesco che riporto.In un articolo uscito Süddeutsche Zeitung, Kia Vahland si chiede: come si uccide l’Arte? Dopo aver citato l’esempio della censura cinese, rivolgendosi al padiglione italiano, scrive: “l’Italia nel suo padiglione invece che puntare sulla censura punta sulla sovrapproduzione. Ma non di arte, bensì di spaventapasseri coi quali nessuna trattoria così scadente farebbe del male ai propri clienti. (…) Alcuni dei centocinquanta Artisti per hobby scelti da note personalità – spesso parenti o amici – hanno già visto ma non capito René Magritte o Andrea Mantegna. Altri si misurano con gli artisti di strada di piazza san marco.“L’Arte non è cosa nostra” è il titolo che Vittorio Sgarbi ha dato alla mostra. (…) Il motto si potrebbe tradurre anche “L’ Arte non è nostra cosa”, (n.d.t. Non è la nostra materia) che centra la questione con più precisione. (…) la rivista tedesca Monopol pubblica un articolo di Elke Buhr sul padiglione italiano dal titolo “L’Arte è dominata da una mafia”.“Il padiglione italiano è una summa di orrori. Più di cinquecento opere di duecento artisti – molti dei quali evidentemente espongono di solito al bar – si ammassano come in un supermercato dell’Arte. (…)”……


Si salva la sezione fotografica curata da Italo Zannier dove c'è il lavoro che ho presentato con Luca Maria Patella e non perché c'è il mio lavoro.

Tre fotogrammi che ritraggono Patella protagonista di uno degli episodi del mio film N.VARIAZIONI. Per il resto è un'accozzaglia di roba non compatibile, allestimento da liceo occupato, con ringhierine di ferro in mezzo la stanza e quadri uno sull'altro sino al tetto. Però sento che molti l'hanno apprezzato….Insomma a me sembra svilire i singoli artisti e mi appare chiaro il concetto che Sgarbi aveva intenzione di riprodurre una quadreria del sette/ottocento senza calcolare che non ci può essere uniformità con tanti media espressivi diversi. Forse con tutti quadri ad olio avrebbe avuto un senso…L'altra considerazione è che, ormai è ufficiale, Sgarbi di arte contemporanea non ci capisce granché, ma salta agli occhi che sembra davvero avercela messa tutta. L'idea di non avere una serie di curatori, padroni di scuderie come era stato con Luca Beatrice era anche buona, che comunque bisogna evitare una mafietta persistente pure ci stava, ma non si può chiedere a personaggi più o meno famosi di scegliere quello che non possono conoscere…Invece di portare alla luce talenti nascosti ha affossato l'intera categoria dell'arte italiana, e questo è un danno.


BR © PHOTO PAULINE MAGDELEINAT

Dopo sei giorni di visite, feste, party di inaugurazione; dopo aver dormito nei posti più disparati e aver raccolto materiale per avviare un centro di riciclaggio di carta e derivati mi accorgo che ho mangiato con gli occhi tanta roba ed ora dopo una rilassata digestione sarò di nuovo carico per affrontare le opere e i concetti che aspettano di essere materializzati, scaricati nel water o esposti. Come mi disse una delle artiste che più stimo in assoluto, Marya Kazoun:-Franco, io fotografo la mia merda! (..ed era vero!). Tutto sta a come ti nutri, e se devo dirla tutta la mostre e la permanenza a NY e a Berlino, per un totale di 4 mesi e mezzo di "estero", non mi hanno riempito lo stomaco come questa Venezia. Ora evacuo e capiremo se era "fango o scalora".

Franco Losvizzero